Attenzione, in caso non abbiate mai aperto un libro di storia romana, potreste incappare in diversi spoiler
La Battaglia della foresta di Teutoburgo, avvenuta nel 9 d.C, ha sempre avuto un forte impatto nell’immaginario tedesco, tanto da essere usato per fini propagandistici già ai tempi di Lutero. Sappiamo con una certa sicurezza che 15000 legionari, 5000 ausiliari e un numero imprecisato di civili che, come è sempre successo nella storia, seguivano la grande armata romana, guidati dall’ex governatore della Siria, Publio Quintilio Varo, vennero massacrati o fatti prigionieri dalle truppe di Arminio, ex prefetto di coorte e principe della tribù dei Cherusci. Ma non voglio ammorbarvi con la storia e sappiamo benissimo che le vicissitudini dei popoli antichi perdono un po’ di sapore per molti lettori e spettatori, a meno che non vengano raccontate da Alessandro Barbero o Alberto Angela a petto nudo con delle giovani studentesse di lettere intente a strusciarsi su di lui. Ritengo che gli sceneggiatori della serie “Barbari”, una produzione tedesca distribuita da Netflix, abbiano pensato la stessa cosa e si siano gettati su una narrazione sicuramente più emozionale… Che è un modo carino per dire che hanno scopiazzato malamente “Vikings” senza riuscirci. Però durante la visione delle 6 puntate avevo la leggera sensazione di aver già osservato certe dinamiche, così mi sono fermato a riflettere: dove potevo aver visto un villaggio di ingenuotti che vivevano in mezzo al bosco, intenti a vivere le loro allegre esistenze, prima di essere perseguitati da un uomo arcigno e particolarmente pirla con l’attaccatura dei capelli fin troppo alta? A quel punto sono arrivato alla conclusione che “Barbari” sia la versione adulta e in stile “Vikings” dei puffi. Non mi credete? Andiamo a esaminare un attimo la trama di questo polpettone teutonico. Tutto inizia con il villaggio dei Cherusci dove gli allegri abitanti passano al tempo a zappare l’orto, rincorrersi, sorridere, fare legna, giocare tra loro, esattamente come i puffi, ma più pelosi. Qui vediamo Thusnelda, detta Puffetta perché “Lagertha del discount” pareva brutto, giocare col fratellino Puffo-Bambino-Generico-Numero-8 che, dopo una colluttazione con l’unico centurione al mondo dotato di un gladio il cui pomo è fatto in ghisa, diventerà Puffo- Bambino-Speciale e, a seguito un tentativo grossolano di infanticidio da parte della madre, Puffo-Bambino-Che-Vede-Cose, amorevolmente adottato dalla sciamana del villaggio, ma quello succederà più avanti. Torniamo al villaggio dei Puffi, dove Grande Puffo, alias Segimer, non capire cose semplici e basilari come il dover versare tributi ai romani. Tributi inutilmente esosi se pensiamo che sono stati richiesti a dei contadinotti in mezzo al bosco e solo un cretino farebbe una simile richiesta… E qui arriviamo a Varo e a suo figlio adottivo: Gaius Iulius Arminius, detto Arminio, ma che noi ricorderemo come “Puffo con la Sindrome di Stoccolma”. Infatti egli è Ari, figlio di Segimer e amico d’infanzia di Puffetta e Fokwin, personaggio insipido come la merda, ma che viene infilato nella trama per rappresentare il fiero e indomito spirito teutonico e per metterci un po’ di sane beghe amorose… Che due coglioni. Ma come mai il piccolo Ari è finito tra le file dei cattivi? Tramite un flashback scopriamo che, mentre era con i suoi amichetti a praticare il tipico gioco nazionale dei bambini Cherusci… Uccidere lupi. Normale, no? Bambini lasciati a pascolare in mezzo alla foresta e che come passatempo hanno lo sterminare la fauna medio-grande del territorio. Vabbè… Comunque, dopo aver ammazzato la povera bestia ed essersi presi un dente a testa, vengono circondati dai cavalieri romani che cercano di rapire Ari e suo fratello, ma i piccoli sono evidentemente troppo svelti per degli uomini addestrati a combattere a cavallo e fuggono verso la casa di Segimer. E qui si scopre che il buon Grande Puffo ha dato i figli in cambio della pace. Beh, cosa ci si aspetta da un genitore che come fiaba della nanna racconta ai propri pargoli del Ragnarok e di come Hati e Skoll, due enormi lupi, divoreranno il Sole e la Luna? Perchè nei film e nelle serie tv ad argomento storico tutti i padri al di sopra del Reno raccontano l’equivalente dell’Apocalisse ai loro figli? Tra l’altro questo è l’unico flashback diverso dagli altri, riassumibili con questa scena:
Tradotta dal latino
Varo: Figlio…
Ari: Dica, Padre
Varo: Il tuo vero padre è un coglione
Ari: Ah…
Varo: Guarda quanto cazzo è bella Roma?
Ari: Sì, padre…
Varo: Quanto amo Roma
Ari: Lo so, padre
Varo: Fosse una donna la scoperei. Anzi, me la farò lo stesso! Schiavo, portami due mattoni tipicamente romani in cui sfregare il mio romano membro!
Ari: Io non…
Ovviamente potrei aver leggermente drammatizzato alcuni eventi, ma più o meno… Andiamo avanti. Quindi Arminio ha subito un lavaggio del cervello? No, perché fin dalla prima puntata si comporta come se volesse fottere l’esercito romano, aiutare i germani e passare il tempo a lamentarsi del fatto che suo padre abbia venduto all’epoca le sue chiappette al nemico, solo per poi frignare quando, dopo aver ricevuto l’onorificenza che aspettava da una vita, Vargamella ( sì, ho unito i nomi “Varo” e “Gargamella”) gli dà il titolo di reik, ovvero capo, dei Cherusci, costringendo Segimer al suicidio, e candidamente spiega al figlio adottivo che, in quanto barbaro, non avrebbe potuto aspirare a nessuna carica più alta a Roma. Arminio si sente tradito e inizia complottare ancora di più. In soldoni, arriva la fatidica battaglia e qui io non so più come spiegare… Io capisco che lo scontro vero e proprio sarebbe stata molto difficile da rendere su schermo, parliamo comunque di tre giorni consecutivi di assalti, spesso sotto la pioggia, ma perché l’avete trasformata in una Royal Rumble con il fuoco? Già la scena di Thusnelda che si fa venire la congiuntivite con il coltello per scimmiottare il sacrificio fatto da Wotan-Odino e ispirare così i guerrieri germanici faceva leggermente cacare, ma davvero, cari sceneggiatori, cosa vi ha fatto pensare che fosse una buona idea far vedere tutto quel fuoco? Tra l’altro, se si ragiona bene, sembra un po’ strano che nessuno dei romani rimasti in campo aperto, mentre la prima legione andava nella foresta in esplorazione, abbia visto o almeno sentito l’odore del combustibile che era sparso un po’ ovunque. Comunque, la battaglia finisce con Varo che si suicida e la sua testa viene tagliata e infilata su un palo dal padre di Puffetta, Segeste, ovvero Puffo Leccaculo. I germani festeggiano direttamente sul campo di battaglia, impiccando i prigionieri e praticando il vilipendio di cadavere, tipo mangiare dei testicoli umani appena tagliati… Però gli incivili erano i romani… Mah… Il finale fa presagire il fato di Arminio, minacciato da Folkwin sul fatto che, in caso di un tentativo da parte dell’ ex soldato romano di diventare re dei Germani, l’amico d’infanzia ed ex pretendente di Thusnelda, ormai sposata con Arminio e incinta di Folkwin, sarebbe il primo ad ucciderlo. Escludendo gli errori storici, comunque inferiori ad una qualsiasi produzione americana, il problema è… Un po’ tutto. Certo, non mi sarei aspettato una visione neutrale della battaglia della foresta di Teutoburgo, soprattutto da una produzione tedesca, o che i romani passassero per i santi portatori di pace e amore, anche perché, essendo comunque un esercito invasore, non sarebbe stato corretto, con buona pace dei nazionalisti, ma nemmeno come dei cazzoni intenti ad insultare e morire male. E’ appurato che Varo fosse un mentecatto e che la sua stretta fiscale sul popolo germanico abbia reso fertile il terreno per una ribellione, ma questo è un altro discorso. Ho apprezzato che i legionari parlassero latino, ma forse è l’unica cosa che si salva in una serie che avrebbe potuto dare molto di più, sia dal punto di vista della ricostruzione storica, sia a livello narrativo.
